La storia dello Spitz Tedesco Nano, oggi universalmente amato come Pomerania, è un incredibile e affascinante viaggio evolutivo, un vero e proprio “caso di studio” su come l’intervento umano, spinto dalla passione e dalle mode, possa plasmare radicalmente una razza canina. Per comprendere appieno l’essenza di questo piccolo cane dal cuore di leone — la sua audacia, la sua intelligenza vivace e anche le sue moderne fragilità — è necessario intraprendere un viaggio a ritroso nel tempo. Un viaggio che non inizia nei salotti vittoriani, ma nelle torbiere dell’Età della Pietra e che, si narra, abbia persino avuto un testimone d’eccezione ai piedi di Michelangelo, mentre dipingeva la Cappella Sistina.
La genealogia del Pomerania affonda le sue radici profonde nella preistoria. Come tutti gli Spitz europei, esso discende direttamente dal “Cane della Torba” (Canis familiaris palustris Rütimeyer), un canide che viveva accanto all’uomo nelle civiltà palafitticole dell’Età della Pietra. Questo legame ancestrale rende lo Spitz Tedesco la più antica e pura razza canina dell’Europa Centrale, un erede diretto dei primi cani che hanno accompagnato l’uomo nel continente.
Da questo ceppo primordiale si sono evoluti i robusti cani di tipo Spitz che, grazie alla loro intelligenza e al folto doppio pelo, si sono adattati perfettamente ai climi rigidi del Nord Europa. La loro presenza non è documentata solo da reperti archeologici, ma anche da aneddoti artistici sorprendenti. La leggenda vuole che persino Michelangelo Buonarroti avesse un cane di tipo Spitz che lo accompagnava fedelmente, accoccolato su un cuscino di raso, durante le lunghe e faticose sessioni di pittura che diedero vita alla Cappella Sistina. Sebbene sia impossibile verificarlo con certezza, questa storia affascinante colloca gli antenati del nostro Pom non solo come cani da lavoro, ma come silenziosi testimoni di capolavori immortali.
Il progenitore diretto del cane che conosciamo oggi si sviluppò in una regione specifica che gli avrebbe dato il nome: la Pomerania, un’area affacciata sulle coste del Mar Baltico, oggi divisa tra Germania e Polonia. Qui, per secoli, gli Spitz erano cani da lavoro di taglia considerevolmente più grande, con un peso che poteva raggiungere e superare i 15-20 kg. Questi cani, spesso di colore bianco, nero o crema, erano conosciuti come “Wolfspitz” ed erano parte integrante della vita quotidiana, apprezzati per la loro versatilità e il loro carattere incorruttibile.
Erano instancabili guardiani di fattorie e bestiame, il cui abbaio potente fungeva da sistema d’allarme naturale, e fedeli compagni dei pescatori e dei commercianti che vivevano sulle chiatte lungo i fiumi. La loro robustezza e intelligenza li rendevano indispensabili per la vita rurale e marittima della regione.
La trasformazione da robusto cane da lavoro a raffinato gioiello da salotto iniziò quando questi cani catturararono l’attenzione dell’aristocrazia europea, ben prima dell’epoca vittoriana. La loro intelligenza e il loro aspetto accattivante li resero compagni ambiti da figure storiche di prim’ordine. Si dice che Martin Lutero avesse un amato Spitz di nome Belferlein, che menzionava spesso nelle sue lettere. Persino Wolfgang Amadeus Mozart dedicò un’aria a Pimperl, il suo Spitz, e si narra che anche Maria Antonietta ne possedesse diversi alla corte di Francia.
Questi aneddoti dimostrano come il fascino dello Spitz fosse già consolidato. Tuttavia, la vera, inarrestabile e radicale rivoluzione fu opera della Regina Vittoria d’Inghilterra nel XIX secolo. Appassionata cinofila e figura di enorme influenza culturale, la regina si innamorò perdutamente della razza. Il momento cruciale fu un suo viaggio a Firenze, in Italia, nel 1888, da cui tornò con un esemplare che avrebbe cambiato la storia: un piccolo cane color zibellino di nome “Windsor’s Marco”, che pesava appena 5.4 kg.
Il ritorno della Regina Vittoria in Inghilterra con Marco fu un evento mediatico. Quando il cane fu esibito al prestigioso show canino di Crufts nel 1891, il pubblico e gli allevatori rimasero folgorati. La preferenza dichiarata della monarca per cani di taglia così piccola scatenò una vera e propria moda e una frenetica corsa alla miniaturizzazione. Tutti volevano un Pomerania “come quello della Regina”. Sotto la sua diretta influenza, la selezione si concentrò ossessivamente sulla riduzione della taglia. L’impatto fu così radicale e rapido che, durante l’arco della sua vita, la taglia media della razza si ridusse di circa il 50%. Questa intensa e mirata selezione è la chiave per comprendere non solo la morfologia moderna del Pomerania, ma anche molte delle sue predisposizioni sanitarie.
Con una taglia ormai “toy” e un’immagine consolidata di cane di lusso, la popolarità del Pomerania esplose a livello mondiale, scandita da date e aneddoti che ne cementarono lo status di icona.
La storia dello Spitz Tedesco Nano è, in conclusione, un esempio eccezionale dell’incredibile impatto della selezione umana. In poco più di un secolo, un funzionale cane da lavoro è stato meticolosamente trasformato in un’affascinante icona estetica. Questo processo ne ha definito tanto l’inconfondibile bellezza quanto le moderne fragilità, lasciandogli in eredità l’anima coraggiosa e l’intelligenza brillante dei suoi antenati. Non è un caso che, nello studio “The Intelligence of Dogs” dello psicologo Stanley Coren, il Pomerania si classifichi al 23° posto su 138 razze, rientrando nella classe di intelligenza “eccellente”, a dimostrazione che dietro quella nuvola di pelo si nasconde una delle menti più acute e ricettive del mondo canino.